martedì, 21 luglio 2009, ore 11:35

carloge

lunedì, 20 luglio 2009, ore 07:12

Genova 2001, una vergogna senza fine
di Vittorio Agnoletto *

«Se invece debbo dire se ci sono state discriminazioni nei miei confronti, queste sì. Anche perché sembra che l’unica testa caduta fino adesso, di tutto questo processo e di quello che si è verificato a Genova, sia stata la mia…».
Risponde così al Pm il dott. Pasquale Guaglione, vicequestore aggiunto a Genova nel 2001. Fu lui a trovare le famose due molotov in corso Italia il pomeriggio del 21 luglio e fu lui a testimoniare che quelle rinvenute, secondo i suoi colleghi, all’interno della Diaz, altro non erano se non le stesse bottiglie incendiarie da lui raccolte in tutt’altra zona della città.
Il dott. Guaglione, nonostante le vessazioni subite e la carriera stroncata, conferma la sua testimonianza e così motiva la sua fedeltà alla verità: «…Il giuramento che noi facciamo nel momento in cui entriamo in amministrazione è quello sì di difendere lo Stato e il suo capo, cioè in definitiva ‘proteggi il re ma difendi il popolo’, però se il re si dimostra non all’altezza della situazione è il sentimento della giustizia che deve prevalere su tutto… ».

La distruzione dei computer
La fiducia del tribunale nella correttezza e nella buona fede degli agenti impegnati nel blitz è a prova di qualunque ragionamento. La Corte nella sentenza infatti, in relazione all’episodio della devastazione, nella scuola Pascoli, da parte delle forze di polizia dei computer in dotazione ai legali del Genoa Social Forum (Gsf), si chiede quale potesse essere l’interesse degli agenti a distruggere i computer «nelle cui memorie è presumibile fossero immagazzinati dati delicati che le forze dell’ordine, impegnate nella ricerca di pericolosi sovversivi, non avrebbero invece avuto interesse a sopprimere».
L’apparente ingenuità di simili affermazioni lascia spazio alla sensazione di trovarsi di fronte ad una vera e propria provocazione da parte della magistratura giudicante. Chiunque si sia occupato anche solo marginalmente di quanto avvenuto alla scuola Diaz sa perfettamente che nei pc erano raccolte decine e decine, forse centinaia, di testimonianze sulle violenze consumate dalle forze dell’ordine ai danni di pacifici manifestanti; materiali questi che la polizia aveva tutto l’interesse a distruggere. Non bisogna essere dei geni per comprenderlo; negare questa ovvietà e sperare di essere creduti, significa invece considerare dei deficienti tutti coloro che leggeranno la sentenza. Ma pur di giustificare l’ingiustificabile la Corte arriva a negare qualunque evidenza; non vi sarà infatti nessuna sentenza di appello, tutto andrà in prescrizione e nessun altro giudice (ammesso che ve ne sia qualcuno che abbia il coraggio di scontrarsi con le alte sfere della polizia) potrà ribaltare simili affermazioni.
Aggiungo una testimonianza personale: la sera del 21 luglio, qualche ora prima della mattanza alla Diaz, in uno studio televisivo di un’emittente locale, ma in collegamento nazionale, avevo mostrato uno spezzone di un filmato realizzato da Davide Ferrario nel quale si vedevano in modo incontrovertibile alcune persone vestite da black block sfasciare vetrine ed auto e poi rifugiarsi dietro le linee delle forze dell’ordine intrattenendo rapporti amicali con alcun poliziotti. Durante l’inchiesta furono rese pubbliche molte telefonate tra componenti delle forze di polizia registrate dal 113, in una di queste si può sentire in modo molto chiaro un poliziotto che descrive ad un suo superiore il filmato appena presentato in televisione e lo sollecita a smentirne immediatamente e pubblicamente il contenuto. Non prima di aver messo in guardia il suo capo che nel filmato sotto il vestiario di un supposto black block spuntavano le mostrine della polizia.
Non ho dubbi che alla scuola Pascoli i devastatori in divisa cercassero anche quel filmato, l’unico allora, la sera del 21 luglio 2001, che era stato reso pubblico; ma purtroppo per loro alla prima interruzione pubblicitaria della trasmissione televisiva, avevo abbandonato lo studio e la cassetta di Ferrario era stata immediatamente messa al sicuro.

Nessun risarcimento al Gsf
La Corte giudicante non ha riconosciuto alcun risarcimento al Gsf che era stato, all’inizio del dibattimento, riconosciuto come parte civile; la motivazione, a quanto si legge nella sentenza, è che: « Nessuno dei reati accertati appare commesso in suo danno o dei suoi affiliati o simpatizzanti in quanto tali».
L’ipocrisia non ha limiti: la scuola Diaz non era stata forse data in gestione al Gsf e quindi tutti quelli che vi dormivano non erano forse ospiti del Gsf stesso? La Pascoli non era forse la sede ufficiale del Gsf? Ed il servizio legale non aveva lì suo quartiere generale proprio perché agiva in stretto collegamento con il Gsf? E tutti, o comunque molti di costoro, non erano e non si consideravano forse allora simpatizzanti, se non aderenti al Gsf? Non è forse vero che la polizia motivò l’assalto alla Diaz e alla Pascoli secondo il teorema che quelle scuole erano sede dei black block e che questi erano coperti dal Gsf, con l’obiettivo di convincere la pubblica opinione dell’equivalenza tra black block e Gsf? Non è forse vero che in seguito a quanto avvenne quella notte, gran parte dell’attività del Gsf nei mesi seguenti fu finalizzata a contrastare la campagna denigratori nei suoi confronti, a seguire e a sostenere le vicende processuali, distogliendo necessariamente forze e risorse dal proseguimento del proprio impegno nella lotta contro la globalizzazione liberista, che era la ragione stessa della propria esistenza?

Un libro istruttivo
Questi sono solo tre spunti di riflessione fra i tanti che emergono dalla lettura del libro «Scuola Diaz. Vergogna di Stato», a cura di Checchino Antonini, Francesco Barilli e Dario Rossi. Gli autori ripropongono una parte significativa della requisitoria dei Pm e delle motivazioni della sentenza sulle violenze poliziesche alla scuola Diaz. In genere le motivazioni delle sentenze sono lette solo dagli avvocati ed ignorate dal grande pubblico che, se interessato, si limita a leggere brevi sintesi sui quotidiani. Sintesi che in questo caso sono quasi del tutto mancate.
Ecco perché la lettura di questo libro è un’esperienza interessante e fortemente istruttiva. Da affrontare con un po’ di Valium a disposizione per non rovinarsi lo stomaco e la giornata.

* ex portavoce Gsf nel luglio 2001 a Genova
carloge

sabato, 04 luglio 2009, ore 09:13

“Che ne rimane del luglio 2001?"
 Martedì 21 luglio 2009 ore 17.00 c/o circolo Lo Zenzero via Torti 35 Genova
Lorenzo Guadagnucci, giornalista del Resto del Carlino e autore “Noi della Diaz” coordina la discussione.
Al momento hanno assicurato la loro presenza:
· Vittorio Agnoletto, ex portavoce del Genoa Social Forum
· Marco Bersani, ATTAC Italia
· Maurizio Gubbiotti, Legambiente
· Alfio Nicotra, gia' portavoce del Genoa Social Forum
ore 19.30 cena
 
 
Fiaccolata verso la scuola Diaz
Ora:    20.30 - 22.00
Luogo:    da Piazza Terralba verso la scuola Diaz
A 8 anni dal massacro "cileno" ritorniamo davanti alla scuola Diaz.
Intervento di Enrica Bartesaghi, presidente Comitato Verità e Giustizia per Genova
carloge

venerdì, 26 giugno 2009, ore 17:52

Partito della Rifondazione Comunista - Sinistra Europea Federazione di Genova- Gruppo consiliare PRC Regione Liguria

Non si tende la mano a una mano sporca di sangue

Ancora due giorni fa il ministro Frattini ribadiva l'adesione italiana alla nuova politica "della mano tesa" promossa da Obama verso il regime iraniano. Ma l'ambiguità del nostro e di tanti governi di diverso colore rappresenta una ciambella di salvataggio lanciata alla teocrazia e uno schiaffo a chi oggi a Tehran urla "Morte alla repubblica islamica". Rifondazione Comunista esprime solidarietà e sostegno ai lavoratori, agli studenti, alle donne iraniane in lotta e chiede al Governo di non riconoscere come interlocutore chi fa massacrare i suoi concittadini nelle piazze. La nostra simpatia non va certo a Moussavi, che da primo ministro fece eliminare 30mila oppositori al regime, marxisti e militanti di sinistra, ma a quegli iraniani che oggi si tingono di verde per contestare, nei modi possibili, un regime assolutista e antidemocratico. Noi, che siamo lontani dal democraticismo liberale, appoggiamo questa lotta, più di tanti sedicenti e balbettanti "democratici" italiani, perché sappiamo che le prime vittime delle dittature sono i lavoratori, i giovani, le donne.
RIFONDAZIONE COMUNISTA
- chiede la fine del massacro e la liberazione di tutti i prigionieri politici
- auspica il superamento del regime per ridare agli iraniani giustizia sociale, diritti democratici e vere elezioni, aperte a tutti i partiti politici
- appoggia la giornata di solidarietà verso i lavoratori iraniani indetta per domani dalla Confederazione Internazionale dei Sindacati, chiede la liberazione dei sindacalisti in carcere e il riconoscimento del diritto di creare organizzazioni indipendenti dei lavoratori

Mercoledì 1 luglio alle 17,00 Presso la Libreria della Comunità di San Benedetto Salita S. Caterina 1 (I piano) incontro con Alì Ghaderi Responsabile Esteri Fedayn del Popolo Iraniano

carloge

giovedì, 14 maggio 2009, ore 07:47



   Il libro delle Edizioni Alegre è stato curato da Checchino Antonini, Francesco Barilli e Dario Rossi, giornalisti i primi, legale del Gsf l’altro. Scrive Massimo Carlotto nella prefazione: «La lettura di ogni singola pagina sgomenta e alla fine rimane il senso di impotenza delle vittime rimaste senza giustizia. Colpisce ogni singola vicenda, dramma personale in una tragedia collettiva. C’è da augurarsi che ognuna, grazie alla solidarietà e alla “nostra” concezione di intendere il mondo, abbia trovato la forza di superare i traumi di quella notte».

Molti anni dopo, di fronte al tribunale di Genova che giudicava la notte cilena della Diaz, il pubblico ministero Enrico Zucca avrebbe spiegato quanto fosse difficile processare dei poliziotti. Avrebbe detto che era come processare mafiosi e stupratori. Nei casi di violenza sessuale, infatti, viene amplificato il discredito per la vittima «che avrai mai fatto per farti conciare in quel modo? Mica sarai stata tu a provocare?»e in quelli contro i boss scattano gli stessi meccanismi di «omertà e coperture che rendono difficili i riscontri». Così avrebbe detto, sette anni dopo i fatti, iniziando una lunghissima requisitoria, pronunciata con l’incubo di un decreto “ammazzasentenze” che Berlusconi, tornato al governo, sembrava stesse per emanare. Così non fu e la requisitoria sarebbe terminata con la richiesta di pene a ridosso delle iniziative di movimento per l’anniversario delle giornate del luglio 2001 e a pochi giorni dalla scandalosa sentenza, definitiva causa prescrizione imminente, sebbene fosse solo il primo grado, sulle torture avvenute nella caserma della celere di Bolzaneto tramutata in prigione provvisoria per le retate di No global. E mafiosi e stupratori, secondo la pubblica accusa, hanno un’«aura di intangibilità» minore di uno “sbirro” che se la prenda con un «nemico dello Stato: allora la tentazione di violare le leggi è molto alta».
Negli States, patria della police brutality, quando la polizia commette degli scempi si dice che ha passato la “linea blu”. E dietro quella linea si ritira, innalzando una sorta di muro di gomma, per coprire le indagini su quegli scempi. Quello ai ventinove funzionari di Ps - accusati a vario titolo di lesioni e abusi contro novantatré manifestanti arrestati illegittimamente tra il 21 e il 22 luglio 2001 - è stato un processo alla linea blu. Vista da fuori, quell’operazione parve una mostruosa carica, prolungamento di quelle che avevano inseguito e sconvolto i cortei dei giorni precedenti. Spesso, quasi sempre, contro persone inermi. Cariche illegittime. Come quelle che, il venerdì, avevano aggredito anche con armi improprie (usanza dei carabinieri del battaglione Lombardia, a quanto pare), un corteo regolarmente autorizzato di ex Tute bianche che volevano opporre i loro corpi, imbottiti alla meglio, alla zona rossa degli “Otto grandi”. Da quelle cariche ebbero origine gli scontri in cui fu ucciso Carlo Giuliani, 23 anni, col solo torto di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Un video a disposizione del giudice mostra chiaramente la scena di lui che si china a raccogliere l’estintore solo dopo aver visto spuntare dal lunotto del defender la pistola che lo ucciderà. Ma per il giudice non avrà importanza, la legittima difesa sarà quella del carabiniere che gridava:«Bastardi comunisti, vi ammazzo tutti quanti».
Il giorno dopo, e un numero imprecisato di cariche, sputi, insulti, arresti, tutte cose più o meno illegittime - a giudicare dal numero di inchieste e dalle migliaia di chilometri di pellicola - 300mila dimostranti tentavano di lasciare Genova senza farsi accorgere dagli squadroni di robocop esagitati e travisati. via Battisti, tra il mare, il centro e Albaro, è una viuzza stretta su cui si affacciano due scuole dei primi del Novecento. È il complesso scolastico Diaz. Con le spalle al mare, a sinistra c’è la Diaz-Pascoli, di fronte la Diaz-Pertini. Di qua il media center, il quartier generale dei legali, l’ambulatorio del soccorso medico. Di là doveva esserci la casa delle Ong ma un violentissimo, inaspettato nubifragio, la notte del giovedì - dopo il corteo dei migranti - trasformò la scuola in dormitorio per gli sfollati dei campeggi. Quel sabato sera ci trovarono rifugio alcune decine di reduci, stranieri e italiani, dal corteo inseguito e brutalizzato per ore dalle polizie di Berlusconi. Al terzo piano c’era un’aula dove aveva trovato sede anche la redazione di Liberazione per quei giorni. Chi scrive terminò il suo pezzo poco dopo le 21.00 annotando che «intorno alla Diaz iniziava uno strano carosello di volanti». Poco prima tutta la piccola folla di giornalisti e mediattivisti s’era riversata alla finestra sentendo certe urla e sgommate che provenivano dalla viuzza. Un convoglio di macchine civetta e macchine della polizia e un blindato della celere. In molti gridavano «Assassini, assassini!». Forse riconobbero digossini di Napoli (la mattanza del 17 marzo, centoventisei giorni prima, sembrò a tutti la prova generale di Genova). Volò, pare una bottiglietta che neppure andò a segno. In molti si misero a tranquillizzare il lanciatore.
In questura qualcuno scrisse che quella fu un’aggressione dei Black bloc, gli stessi che avrebbero causato gli scontri delle ore precedenti. Fu così che prese le mosse la “notte cilena”. Che la versione ufficiale facesse acqua se ne accorse perfino la blanda indagine conoscitiva concessa da Berlusconi a un’opinione pubblica scossa e a un’opposizione - il futuro Pd - più imbarazzata che indignata. Rifondazione, in imperfetta solitudine, chiederà una reale inchiesta parlamentare per sei anni fino al naufragio dell’idea nell’infelice legislatura del secondo Prodi.
È smontando quella versione ufficiale che inizierà la lunga requisitoria di Zucca e del suo collega Francesco Cardona Albini che punterà a ricostruire minuziosamente il contesto in cui operò la «concreta attività di comando nell’ambito della quale sono maturate le condotte dei subordinati». Perché sotto processo ci saranno solo alcuni dei capi che coordinarono le irruzioni nelle scuole di via Battisti. Gli esecutori materiali non saranno mai identificati. Agirono travisati e il Viminale non ha mosso una paglia, anzi, ha remato contro ogni tentativo di dare un nome e un cognome ai protagonisti di quelle giornate che Amnesty International, al termine di un’inchiesta indipendente, definirà «la più grave sospensione dei diritti umani in Occidente, dopo la seconda guerra mondiale. […].

Da Liberazione
carloge

venerdì, 13 febbraio 2009, ore 07:18

Sentenza Diaz, soltanto qualche eccesso da stress
Checchino Antonini, Liberazione

E' vero, la polizia fu disumana oltre ogni misura, e omertosa nelle indagini su quella sua ferocia. Una polizia stressata e suggestionabile, quella notte, ma che agì nella consapevolezza dell'impunità. Ma, tutto sommato, il massacro della Diaz non fu una rappresaglia contro il più grande movimento sociale da trent'anni in qua. Più di trecento pagine di motivazioni per sostenere questa traballante impalcatura, l'ossimoro inquietante che scandalizzò la piccola folla che ascoltò la lettura della sentenza che assolveva i vertici e condannava i capisquadra dei celerini nella certezza che la prescrizione avrebbe risparmiato loro ogni grana. Depositate ieri le motivazioni della sentenza sulla "notte cilena" che chiuse tre giorni di inaudita violenza su manifestanti per lo più inermi. Una sentenza che dice più di quanto spieghino le condanne lievissime e che non convince sulle clamorose assoluzioni. Era il 13 novembre dell’anno scorso quando il tribunale di Genova pronunciò la sua sentenza sulla mattanza alla Diaz. La piccola folla di vittime, testimoni, attivisti e cittadini la accolse impressionata ritmando la parola «vergogna». Sette anni prima, nella notte tra il 21 e il 22 luglio, centinaia di agenti irriconoscibili fecero irruzione nelle due scuole del quartiere genovese della Foce, via Battisti, che ospitavano, una di fronte all’altra, il quartier generale del Genoa social forum e il dormitorio dei manifestanti sfollati dai campeggi dopo il nubifragio di due notti prima. Più di quaranta persone furono ferite anche molto gravemente, 93 gli arresti mai convalidati perché illegittimi. Servivano a coprire il massacro con la versione ufficiale di una caccia maldestra ai black bloc. Per questo furono fabbricate prove false da esibire a un’opinione pubblica scossa dai massacri di strada delle ore precedenti e dall’omicidio di un ventitreenne che provava a difendersi dalla pistola spianata di un carabiniere. Gabrio Barone, presidente della prima sezione penale del tribunale di Genova, ha depositato ieri le motivazioni sull’assoluzione di 16 degli imputati e delle 13 condanne per un totale di 35 anni e 7 mesi. Gli assolti sono pezzi da 90 della polizia di stato come Francesco Gratteri, il più alto in grado quella notte come direttore dello Sco, e Giovanni Luperi, vice di La Barbera all’Ucigos. I condannati sono quasi tutti Canterini boys, i capisquadra del responsabile dei reparti mobili in azione nei giorni del G8 più lo stesso Canterini. Dunque non fu «un complotto ai danni degli occupanti», scrive il giudice nella motivazione. Né «spedizione punitiva», né «rappresaglia». Carenza di prove concrete ma, soprattutto, «appare assai difficile che un simile progetto possa essere stato realizzato e portato a compimento con l’accordo di un numero così rilevante di dirigenti, funzionari e operatori». Piuttosto si ritiene «che i dirigenti fossero convinti che l’operazione avrebbe avuto un rilevante successo e si sarebbe conclusa con l’arresto dei responsabili delle violenze e delle devastazioni dei giorni precedenti». «Quanto accadde all’interno della scuola Diaz Pertini fu al di fuori di ogni principio di umanità, oltre che di ogni regola ed ogni previsione normativa, anche se fu disposta in presenza dei presupposti di legge - si legge ancora - quanto avvenuto in tutti i piani dell’edificio scolastico con numerosi feriti di cui diversi anche gravi tale da indurre lo stesso imputato Fournier a paragonare la situazione ad “una macelleria messicana”. Appare di notevole gravità sia sotto il profilo umano che legale. In uno stato di diritto non è accettabile che proprio coloro che dovrebbero essere i tutori dell’ordine e della legalità pongano in essere azioni lesive di tali entità, anche se in situazioni di particolare stress». «Non può escludersi che le violenze abbiano avuto un inizio spontaneo da parte di alcuni» ma c’era «la consapevolezza da parte degli operatori di agire in accordo con i loro superiori che comunque non li avrebbero denunciati». I giudici osservano inoltre come «non sia del tutto incredibile che l’inconsulta esplosione di violenza abbia avuto un’origine spontanea e si sia quindi propagata per un effetto attrattivo e per suggestione tanto da provocare, anche per il forte rancore sino ad allora represso il libero sfogo all’istinto determinando il superamento di ogni blocco psichico e morale, nonchè dell’addestramento ricevuto». Non ci sono prove certe, invece, «ma semplici indizi non univoci» sulla consapevolezza «della falsità del ritrovamento delle bottiglie molotov». Gli elementi indicati dall’accusa da un lato possono «determinare il sospetto circa la consapevolezza della falsità» ma è anche vero «che non possono valere a provarla con la dovuta certezza trattandosi di semplici indizi non univoci». Sull’intero impianto pesa «un atteggiamento di distacco» da parte della polizia, «nell’individuare gli autori delle violenze e nell’accertare le singole responsabilità». Quel distacco «ha contribuito ad avvalorare la sensazione di una certa volontà di nascondere fatti e responsabilità di maggiore importanza che seppure infondata o comunque rimasta del tutto sfornita di prove ha caratterizzato negativamente tutto il procedimento sotto il profilo probatorio ». Si citano «la mancata identificazione dell’agente con la coda di cavallo; l’invio al pm per la loro identificazione delle foto dei funzionari all’atto del loro ingresso in polizia anzichè quelle recenti; il fatto che per individuare gli agenti entrati alla Diaz si sia dovuti ricorrere ad indagini peritale». «La giustificazione di un simile atteggiamento - scrivono i giudici - potrebbe rinvenirsi in un malinteso senso di tutela dell’onore dell’istituzione» e «la mancata individuazione delle singole responsabilità potrebbe ledere l’onore di tutta la polizia». Non ci sono prove, insomma, che Gratteri e Luperi (entrambi assolti) fossero consapevoli di quanto stava avvenendo nella scuola Diaz, mentre il comportamento omissivo e il silenzio sulle violenze degli agenti del VII nucleo, di Vincenzo Canterini, condannato a quattro anni, e di Fournier (il suo vice, condannato a due anni) confermano l’esistenza di una sorta di accordo volto a garantire l’impunità di questi ultimi in caso di comportamenti illeciti e violenti». Fin qui le anticipazioni di un documento che sarà letto con attenzione sia dai pm, Zucca e Cardona Albini, sia dai legali delle difese e delle parti civili per la pioggia di ricorsi più utili per i processi civili che per altro vista la prescrizione che cancella quasi tutti i reati. Per Haidi Giuliani, la mamma di Carlo Giuliani, si tratta di una motivazione «ancora più triste e meno coraggiosa della sentenza perché non si vuole o non si può attribuire responsabilità ai livelli apicali. Una sentenza difficilmente comprensibile ». Vittorio Agnoletto, eurodeputato Prc all’epoca portavoce del Gsf, la definisce «democristiana»: «Non potendo negare l’evidenza hanno piegato la realtà alle esigenze politiche. E’ incredibile dire, di fronte ai verbali e ai filmati, che manchino le prove!». «Sono stati assolti sul piano penale - scrive il comitato Verità e giustizia che raggruppa le vittime della Diaz - ma sono pienamente responsabili sul piano etico e professionale: non si accorsero dei falsi, non fermarono le violenze, non hanno nemmeno partecipato alla ricerca della verità». Per questo le vittime della Diaz tornano a chiedere le dimissioni dei vertici del Viminale.
Che. Ant.

carloge

mercoledì, 11 febbraio 2009, ore 07:53

COMITATO VERITA' E GIUSTIZIA PER GENOVA
www.veritagiustizia.it - info@veritagiustizia.it

Comunicato stampa

DIMISSIONI SUBITO

Anche il tribunale di Genova riconosce che dentro la scuola Diaz agenti e funzionari di polizia furono protagonisti di violenze disumane e agirono con la certezza dell'impunità (che in effetti è stata ottenuta, visto che le 13 condanne cadranno in prescrizione e che non sono scattati provvedimenti disciplinari di alcun tipo).
A questo punto sono necessarie le immediate dimissioni dei dirigenti che parteciparono all'operazione: sono stati assolti sul piano penale, ma sono pienamente responsabili sul piano etico e professionale: non si accorsero dei falsi, non fermarono le violenze, non hanno nemmeno partecipato alla ricerca della verità, disertando tutte le udienze del processo e avvalendosi della facoltà di non rispondere alle domande dei pm.
Anche il capo di una polizia che agisce in modo disumano contro cittadini inermi non può restare al suo posto.

Comitato Verità e Giustizia per Genova

Genova, 10 febbraio 2009
carloge

mercoledì, 04 febbraio 2009, ore 17:57

Comunicato stampa di Vittorio Agnoletto
G8, dopo le dichiarazioni del premier Berlusconi e del ministro La Russa
AGNOLETTO: «IL MORTO NON CI FU PER CASO, I DISORDINI NEPPURE. CI SONO STATI PROCESSI E CONDANNE PER QUELLE VIOLENZE.…»
Milano, 4 febbraio 2009 - «A gestire quelle giornate cilene del G8 di Genova fu lo stesso governo in carica oggi: come può Berlusconi "augurarsi che la prossima volta vada meglio"? Dovrebbe chiederlo a chi allora gestì l'ordine pubblico a Genova, sono esattamente gli stessi dirigenti di polizia, dei carabinieri e dei Servizi Segreti che gestiranno il G8 alla Maddalena. La responsabilità di quanto é accaduto nel 2001 é stata proprio del suo governo che, anziché garantire la sicurezza e il diritto di manifestare, ha permesso che migliaia di persone fossero massacrate di botte e molti anche torturati». Così Vittorio Agnoletto, portavoce del Genoa Social Forum ai tempi del G8 genovese, eurodeputato Prc, interviene dopo le dichiarazioni odierne di Berlusconi e del ministro La Russa in riferimento ai fatti del 2001 e al prossimo summit alla Maddalena. «I disordini a Genova non sono piovuti dal cielo. Ci sono state delle violenze da parte delle forze dell’ordine, ci sono stati dei processi che hanno riconosciuto come vere le testimonianze rilasciate dalle vittime, e che hanno condannato (anche se a pene irrisorie) rappresentanti dello Stato. Trovo vergognoso che il premier affermi che l’assassinio di Carlo Giuliani “coprì” i lavori del summit: quello fu un omicidio per il quale giustizia non è stata fatta, niente è più importante di questo, purtroppo. E ad essere sinceri, sui grandi risultati di quel summit, inutile come tutte le riunioni del G8, aspettiamo ancora di essere informati…».
Vittorio Agnoletto, portavoce del Genoa Social Forum ai tempi del G8 genovese, eurodeputato Prc

carloge

lunedì, 02 febbraio 2009, ore 06:30



Giovedi 12 Febbraio 2009 h.21 presso il Cinema America Via Colombo, 11
Proiezione del film
«G8 2001 Fare un golpe e farla franca»
Un film-documentario sul G8 di Genova.
Autori: Enrico Deaglio e Beppe Cremagnani.

Un anno di inchieste giornalistica: ricostruzione, filmati, testimonianze, udienze, fino alle sentenza per l’assalto alla scuola Diaz e al grido “vergogna” davanti alle assoluzioni della “catena di comando” della polizia.
“Abbiamo indagato sul livello politico che ha sostenuto il G8 del 2001. Non fu una manifestazione finita male,ma una grande prova di repressione preparata con cura e che prevedeva la sospensione delle libertà costituzionali” dice Deaglio. che si chiede: ” Siamo davvero sicuri che non possa succedere di nuovo?
carloge

domenica, 01 febbraio 2009, ore 17:55

Non si può vietare il conflitto
Dopo alcune settimane di campagna politica e mediatica contro un presunto “eccesso di manifestazioni nelle nostre città” e sui rischi per il cosiddetto “ordine pubblico” delle stesse, il ministro Maroni ha emesso una Direttiva in merito alle “manifestazioni nei centri urbani e nelle aree sensibili”. Con la scusa della salvaguardia del “diritto alla mobilità” e per “evitare diseconomie”, il ministro suggerisce ai Prefetti di “stabilire regole … per: sottrarre alcune aree alle manifestazioni; prevedere, ove necessario, forme di garanzia per gli eventuali danni; prevedere altre indicazioni per lo svolgimento delle manifestazioni”. Obiettivo politico della Direttiva è quello di limitare il diritto a manifestare il proprio dissenso, sottraendolo alla vista degli “operosi” cittadini, allo shopping del sabato (il vicesindaco milanese DeCorato ha lamentato che le manifestazioni dei primi di gennaio erano dannose per i saldi!!!), ai centri cittadini. Una limitazione che esplicitamente richiama le manifestazioni nelle quali cittadini di fede musulmana hanno scelto di pregare nelle pubbliche piazze, considerando questa scelta “provocatoria” nei confronti di luoghi “a forte caratterizzazione simbolica per motivi sociali, culturali, religiosi…”. Con questa direttiva i lavoratori non potranno portare la loro protesta sotto le sedi confindustriali o ministeriali; gli studenti non dovranno avvicinarsi a provveditorati o sedi universitarie; cittadini immigrati di fedi diverse non potranno manifestare vicino alle chiese; e tutte/i dovremo manifestare in periferia e lontano da luoghi visibili e “simbolici”. E poi potrà manifestare solamente chi avrà un conto in banca che permette una “fidejussione” per garantire eventuali danni! Noi non ci stiamo. Riteniamo il diritto politico di manifestare il proprio pensiero e il proprio dissenso una base fondamentale di qualsiasi società democratica; riteniamo il conflitto una necessità per la sviluppo sociale e politico, non un “fastidio” o un pericolo da cui difendersi. Non faremo un passo indietro nella nostra volontà di presentarci nei centri delle nostre città; non smetteremo di “disturbare” un “ordine pubblico” garantito da migliaia di militari nelle strade, da espulsioni di migranti, da chiusure di spazi sociali autogestiti, dall’impossibilità del dissenso. Chiediamo a tutti i democratici di alzare la voce. Quando è limitata la libertà di manifestazione di qualcuno, quando alcuni soggetti sono considerati “pericolosi”, la libertà di tutte/i è a rischio. Non facciamola passare sotto silenzio!

Enrica Bartesaghi, comitato Verità e Giustizia per Genova

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Direttiva del Ministro per le manifestazioni nei centri urbani e nelle aree sensibili
1. Premessa Si susseguono quotidianamente, nelle città, iniziative e manifestazioni pubbliche con cortei che percorrono i centri storici per dare voce e forma organizzata a dissensi e proteste o comunque per rappresentare e richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e delle Istituzioni su problemi e proposte. Il diritto costituzionalmente garantito di riunirsi e manifestare liberamente in luogo pubblico costituisce espressione fondamentale della vita democratica e come tale va preservato e tutelato. L’esercizio di tale diritto deve tuttavia svolgersi nel rispetto di altri diritti costituzionalmente garantiti e delle norme che disciplinano l’ordinato svolgimento della convivenza civile. La frequenza di manifestazioni determina non di rado, nella complessa realtà dei centri urbani di maggiori dimensioni, criticità nell’ordinato svolgersi della vita cittadina tali da limitare, condizionandoli, i più comuni diritti dei cittadini come ad esempio il diritto allo studio, il diritto al lavoro e il diritto alla mobilità. E’ necessario quindi intervenire sulla disciplina esistente, adeguandola alle nuove esigenze. La necessità di un tale intervento è ancor più evidente in ragione del fatto che le iniziative si ripetono e si concentrano, per ricercare la massima visibilità, nelle maggiori città, luoghi privilegiati della rappresentanza istituzionale e politica. In ogni caso è importante che la tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza siano sempre resi compatibili con il diritto di riunione e con la libertà di manifestazione del pensiero
2. Centri urbani La necessità di individuare percorsi e di prevedere altre indicazioni finalizzate alla regolamentazione delle manifestazioni, nasce anche dall’esigenza di evitare diseconomie e, ove sussistano forme di garanzia per assicurare la mobilità territoriale, di non vanificarne gli effetti. Ad esempio, laddove normativa ed accordi hanno reso effettive “le fasce di garanzia” del trasporto pubblico (senza per questo ledere l’altrettanto fondamentale diritto di sciopero) una manifestazione che si svolga in quegli stessi orari garantiti potrebbe causare, anche involontariamente, il blocco del traffico cittadino e ledere il diritto alla libera circolazione. L’adozione di nuovi criteri nella regolamentazione di percorsi delle manifestazioni può costituire un equilibrato punto di approdo nel contemperamento dei diversi diritti da tutelare. In tal senso, l’esclusione di aree nevralgiche per la mobilità territoriale o di luoghi d’arte (si pensi ad esempio ai siti riconosciuti dall’UNESCO patrimonio dell’umanità), o ancora delle aree “particolarmente protette” sotto il profilo dell’inquinamento acustico, come gli ospedali, potrebbe rappresentare la scelta più confacente alla risoluzione delle problematiche descritte. Ulteriore elemento da considerare è il patrimonio urbano, pubblico e privato, per la cui tutela potranno prevedersi forme di garanzia a carico dei promotori e degli organizzatori.
3. Aree sensibili L’art. 17 della Costituzione riconosce ai cittadini il diritto di riunione, purché sia pacifico e senza armi. Per le riunioni in luogo pubblico è previsto l’obbligo di preavviso alle autorità che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica. Coerente alla norma costituzionale è il disposto dell’art. 18 del TULPS che sancisce l’obbligo, in capo ai promotori, di preavviso al Questore almeno tre giorni prima. Il quarto comma prevede che il Questore possa, in caso di omesso avviso o per ragioni di ordine pubblico, di moralità o di sanità pubblica, impedire che la riunione abbia luogo o prescrivere modalità di tempo e di luogo della riunione. Analoga previsione è contenuta nell’articolo 26 dello stesso TULPS per quel che concerne le funzioni, le cerimonie, le pratiche religiose e le processioni ecclesiastiche o civili: il Questore può, per ragioni di ordine pubblico o di sanità pubblica, vietarle o prescrivere l’osservanza di determinate modalità, dandone avviso ai promotori almeno ventiquattro ore prima. L’articolo 30 del regolamento di esecuzione del TULPS prevede inoltre che, in tali casi, possa essere richiesto il consenso scritto dell’Autorità competente, per percorrere determinate aree pubbliche. Il Questore può di volta in volta valutare discrezionalmente la conformità della manifestazione alle esigenze di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, in ragione di considerazioni fattuali, di tempo e di luogo. In particolare, tale valutazione troverà applicazione con riferimento alle aree nelle quali siano collocati obiettivi critici in relazione ai quali sarà opportuno disporre le necessarie limitazioni all’accesso.
4. Direttiva In relazione a tanto, si rende opportuna la definizione di criteri che orientino le decisione dei competenti Prefetti e Questori, ferme restando le valutazioni necessarie in relazione a casi specifici. Fra questi criteri si evidenzia la necessità di limitare l’accesso ad alcune aree particolarmente sensibili, specialmente quando la manifestazione coinvolga un numero di partecipanti elevato. Tali aree sensibili saranno individuate in zone a forte caratterizzazione simbolica per motivi sociali, culturali o religiosi (ad esempio cattedrali, basiliche o altri importanti luoghi di culto) o che siano caratterizzate – anche in condizioni normali – da un notevole afflusso di persone o nelle aree nelle quali siano collocati obiettivi critici. Tali limiti potranno operare specialmente quando ci siano state precedenti manifestazioni, con stesso oggetto e organizzazione, che abbiano turbato l’ordine e la sicurezza pubblica. Ai sensi dell’articolo 1, della Legge n. 121, del 1° aprile 1981, si emana la presente direttiva generale per le pubbliche manifestazioni, con l’invito ai Prefetti a stabilire regole – d’intesa con i Sindaci – e sentito il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, per:
1. sottrarre alcune aree alle manifestazioni;
2. prevedere, ove necessario, forme di garanzia per gli eventuali danni;
3. prevedere altre indicazioni per lo svolgimento delle manifestazioni. Tali determinazioni (da condividere il più possibile con le forze politiche e sociali) troveranno forma in un apposito provvedimento del Prefetto, inizialmente anche in forma sperimentale.

 IL MINISTRO
Roma, 26 gennaio 2009

carloge