mercoledì, 11 novembre 2009, ore 08:10

INCONTRO PUBBLICO
Genova, lunedì 16 novembre 2009, ore 17
Sala di Rappresentanza - Palazzo Tursi

DIRITTO A MANIFESTARE
Il G8 riletto attraverso le sentenze dei processi


saluto:  Antonio Bruno

interventi:
Laura Tartarini - avvocata
Emanuele Tambuscio - avvocato
Stefano Bigliazzi - avvocato
Lorenzo Guadagnucci - giornalista
Massimo Calandri - giornalista

moderatore: Salvatore Palidda - sociologo

Con le sentenze emesse quest’anno, il Tribunale di Genova ha oramai ricostruito molti degli episodi più drammatici relativi alle giornate del G8/Genova. Coloro che hanno seguito in prima persona i processi commenteranno ciò che è emerso dalla verità “giuridica”, proponendo una riflessione politica sul diritto a manifestare. Verrà proiettato il video sulla carica in piazza Manin, e alcuni audio di intercettazioni telefoniche relativi al processo Colucci.
carloge

sabato, 10 ottobre 2009, ore 06:56

di Enrica Bartesaghi, presidente Comitato Verità e Giustizia per Genova

Che risate si sono fatti mercoledì, 7 ottobre 2009, De Gennaro, Colucci, Mortola, Gratteri, Luperi, Caldarozzi, Fournier, Canterini, Sgalla e Manganelli insieme a tutti (i pochi) condannati per le vicende Diaz e Bolzaneto e a tutti quelli nemmeno sono stati sfiorati dai processi sui fatti di Genova.
I macellai della Diaz, tanto per incominciare, erano tutti a volto coperto. E come le famose scimmiette, non vedono, non sentono e non parlano. Hanno semplicemente svolto il loro dovere massacrando 80 persone che dormivano nella Diaz. Oppure i torturatori dei manifestanti a Bolzaneto, o quelli che hanno pestato impunemente centinaia di manifestanti nelle strade di Genova. O quelli che hanno partecipato all’uccisione di Carlo Giuliani. Tutti uguali, tutti impuniti. Ed i pochi puniti dalla legge nelle sentenze Diaz e Bolzaneto, dormono tranquilli. La prescrizione cancellerà tutto, tutti sono al loro posto, nessuna sospensione cautelativa, nessun procedimento disciplinare nei loro confronti. Avanti con le carriere e con le manganellate ai dissidenti, (no-global, operai, studenti, stranieri,
tanto chi ci tocca?) E che risate! Mercoledì sera, 7 ottobre 2009, tutti i TG, tutte le prime pagine dei giornali dell’indomani, tutti i Talk-Show a parlare di Berlusconi e della sentenza della Corte Costituzionale: Berlusconi è uguale agli altri cittadini, la Corte Costituzionale ha ricordato che la nostra Costituzione prevede che la legge sia uguale per tutti, anche il primo ministro. Tutti i politici a sbracciarsi, ad urlare, chi a favore chi contro la sentenza.Lo stesso giorno, ironia della sorte, il Tribunale di Genova ha assolto Gianni De Gennaro e Spartaco Mortola dall’accusa di induzione alla falsa testimonianza nel processo Diaz. Tra i primi a sbracciarsi in complimenti con l’ex-capo della Polizia, Marco Minniti, responsabile sicurezza del PD, insieme Marco Follini (PD). Che risate!
Che risate, si sono fatti, i nostri eroi: De Gennaro, Colucci, Mortola,Gratteri, Luperi, Caldarozzi, Fournier, Canterini, Sgalla e Manganelli: “Cosa vuoi che ne sappia Berlusconi di processi e sentenze? E’ un pivello. Noi siamo passati indenni dal disastro di Genova, anzi! Siamo ai primi posti, Capo dei servizi segreti, Prefetto, questore e vice questore, direzione anticrimine, direzione AISI, Antidroga, Capo della Polizia Stradale, Capo dell’Interpol a Bucarest, e non dobbiamo nemmeno ringraziare Berlusconi. Lo Stato siamo noi e siamo ai primi posti, quelli giusti”.
Infatti le sentenze dei processi Diaz, Bolzaneto, De Gennaro & Co. sono state scritte ben prima che dai giudici, da chi ha deciso di promuovere questi imputati “eccellenti”, uno su tutti Gianni De Gennaro, capo di Polizia a luglio del 2001, non solo non è stato costretto a dimettersi dopoil disastro di Genova, ma è stato promosso (nonostante fosse indagato per induzione alla falsa testimonianza) dal governo Prodi e poi dal nuovamente dal governo Berlusconi. Quale giudice (anche se comunista-comunista) avrebbe mai osato condannare l’attuale capo dei servizi segreti? Infatti sono bastati 15 minuti al GUP Silvia Carpanini (5 di caffè, 5 di sigaretta e 5 per dare l’idea che davvero ci stava pensando) per assolvere De Gennaro e Mortola. Le intercettazioni telefoniche che dimostravano come si stesse addomesticando la sentenza Diaz sono passate inosservate. “La legge sulle intercettazioni è già passata ed è già in vigore per noi. Non hanno nessun valore”. Che risate.
Ma di questo in TV non si parla, sui giornali lo stretto necessario e solo su alcuni. I parlamentari dell’opposizione tacciono, i talk-show neanche a parlarne. Che risate.
Ed oggi, venerdì 9 ottobre 2009, la ciliegina sulla torta. 10 manifestanti condannati in appello con pene dai 6 ai 15 anni. Accusati di aver sfasciato alcune vetrine, bancomat, distributori di benzina. Danni contro cose, non contro persone. Per chi ha rotto costole, gambe, teste e braccia, distrutto persone alla Diaz, in piazza, a Bolzaneto, per chi ha ucciso Carlo Giuliani: niente. La legge è uguale per tutti. Che risate.
Niente prescrizione per i manifestanti, tutti in galera. Finalmente dopo 8 anni e 3 mesi abbiamo scoperto i veri responsabili del disastro di Genova: 10 persone hanno messo a scacco migliaia di poliziotti, servizi segreti di tutto il mondo, indotto centinaia di appartenenti alle forze di polizia a massacrare i manifestanti nelle strade, ad uccidere Carlo Giuliani, a picchiare a sangue nella Diaz ed a torturare a Bolzaneto. Loro i soli responsabili, loro pagheranno per tutti.
Io non ci sto.
E non c’è niente da ridere.

Enrica Bartesaghi
Presidente Comitato verita e giustizia (sigh) per Genova
carloge

lunedì, 20 luglio 2009, ore 07:12

Genova 2001, una vergogna senza fine
di Vittorio Agnoletto *

«Se invece debbo dire se ci sono state discriminazioni nei miei confronti, queste sì. Anche perché sembra che l’unica testa caduta fino adesso, di tutto questo processo e di quello che si è verificato a Genova, sia stata la mia…».
Risponde così al Pm il dott. Pasquale Guaglione, vicequestore aggiunto a Genova nel 2001. Fu lui a trovare le famose due molotov in corso Italia il pomeriggio del 21 luglio e fu lui a testimoniare che quelle rinvenute, secondo i suoi colleghi, all’interno della Diaz, altro non erano se non le stesse bottiglie incendiarie da lui raccolte in tutt’altra zona della città.
Il dott. Guaglione, nonostante le vessazioni subite e la carriera stroncata, conferma la sua testimonianza e così motiva la sua fedeltà alla verità: «…Il giuramento che noi facciamo nel momento in cui entriamo in amministrazione è quello sì di difendere lo Stato e il suo capo, cioè in definitiva ‘proteggi il re ma difendi il popolo’, però se il re si dimostra non all’altezza della situazione è il sentimento della giustizia che deve prevalere su tutto… ».

La distruzione dei computer
La fiducia del tribunale nella correttezza e nella buona fede degli agenti impegnati nel blitz è a prova di qualunque ragionamento. La Corte nella sentenza infatti, in relazione all’episodio della devastazione, nella scuola Pascoli, da parte delle forze di polizia dei computer in dotazione ai legali del Genoa Social Forum (Gsf), si chiede quale potesse essere l’interesse degli agenti a distruggere i computer «nelle cui memorie è presumibile fossero immagazzinati dati delicati che le forze dell’ordine, impegnate nella ricerca di pericolosi sovversivi, non avrebbero invece avuto interesse a sopprimere».
L’apparente ingenuità di simili affermazioni lascia spazio alla sensazione di trovarsi di fronte ad una vera e propria provocazione da parte della magistratura giudicante. Chiunque si sia occupato anche solo marginalmente di quanto avvenuto alla scuola Diaz sa perfettamente che nei pc erano raccolte decine e decine, forse centinaia, di testimonianze sulle violenze consumate dalle forze dell’ordine ai danni di pacifici manifestanti; materiali questi che la polizia aveva tutto l’interesse a distruggere. Non bisogna essere dei geni per comprenderlo; negare questa ovvietà e sperare di essere creduti, significa invece considerare dei deficienti tutti coloro che leggeranno la sentenza. Ma pur di giustificare l’ingiustificabile la Corte arriva a negare qualunque evidenza; non vi sarà infatti nessuna sentenza di appello, tutto andrà in prescrizione e nessun altro giudice (ammesso che ve ne sia qualcuno che abbia il coraggio di scontrarsi con le alte sfere della polizia) potrà ribaltare simili affermazioni.
Aggiungo una testimonianza personale: la sera del 21 luglio, qualche ora prima della mattanza alla Diaz, in uno studio televisivo di un’emittente locale, ma in collegamento nazionale, avevo mostrato uno spezzone di un filmato realizzato da Davide Ferrario nel quale si vedevano in modo incontrovertibile alcune persone vestite da black block sfasciare vetrine ed auto e poi rifugiarsi dietro le linee delle forze dell’ordine intrattenendo rapporti amicali con alcun poliziotti. Durante l’inchiesta furono rese pubbliche molte telefonate tra componenti delle forze di polizia registrate dal 113, in una di queste si può sentire in modo molto chiaro un poliziotto che descrive ad un suo superiore il filmato appena presentato in televisione e lo sollecita a smentirne immediatamente e pubblicamente il contenuto. Non prima di aver messo in guardia il suo capo che nel filmato sotto il vestiario di un supposto black block spuntavano le mostrine della polizia.
Non ho dubbi che alla scuola Pascoli i devastatori in divisa cercassero anche quel filmato, l’unico allora, la sera del 21 luglio 2001, che era stato reso pubblico; ma purtroppo per loro alla prima interruzione pubblicitaria della trasmissione televisiva, avevo abbandonato lo studio e la cassetta di Ferrario era stata immediatamente messa al sicuro.

Nessun risarcimento al Gsf
La Corte giudicante non ha riconosciuto alcun risarcimento al Gsf che era stato, all’inizio del dibattimento, riconosciuto come parte civile; la motivazione, a quanto si legge nella sentenza, è che: « Nessuno dei reati accertati appare commesso in suo danno o dei suoi affiliati o simpatizzanti in quanto tali».
L’ipocrisia non ha limiti: la scuola Diaz non era stata forse data in gestione al Gsf e quindi tutti quelli che vi dormivano non erano forse ospiti del Gsf stesso? La Pascoli non era forse la sede ufficiale del Gsf? Ed il servizio legale non aveva lì suo quartiere generale proprio perché agiva in stretto collegamento con il Gsf? E tutti, o comunque molti di costoro, non erano e non si consideravano forse allora simpatizzanti, se non aderenti al Gsf? Non è forse vero che la polizia motivò l’assalto alla Diaz e alla Pascoli secondo il teorema che quelle scuole erano sede dei black block e che questi erano coperti dal Gsf, con l’obiettivo di convincere la pubblica opinione dell’equivalenza tra black block e Gsf? Non è forse vero che in seguito a quanto avvenne quella notte, gran parte dell’attività del Gsf nei mesi seguenti fu finalizzata a contrastare la campagna denigratori nei suoi confronti, a seguire e a sostenere le vicende processuali, distogliendo necessariamente forze e risorse dal proseguimento del proprio impegno nella lotta contro la globalizzazione liberista, che era la ragione stessa della propria esistenza?

Un libro istruttivo
Questi sono solo tre spunti di riflessione fra i tanti che emergono dalla lettura del libro «Scuola Diaz. Vergogna di Stato», a cura di Checchino Antonini, Francesco Barilli e Dario Rossi. Gli autori ripropongono una parte significativa della requisitoria dei Pm e delle motivazioni della sentenza sulle violenze poliziesche alla scuola Diaz. In genere le motivazioni delle sentenze sono lette solo dagli avvocati ed ignorate dal grande pubblico che, se interessato, si limita a leggere brevi sintesi sui quotidiani. Sintesi che in questo caso sono quasi del tutto mancate.
Ecco perché la lettura di questo libro è un’esperienza interessante e fortemente istruttiva. Da affrontare con un po’ di Valium a disposizione per non rovinarsi lo stomaco e la giornata.

* ex portavoce Gsf nel luglio 2001 a Genova
carloge

giovedì, 16 luglio 2009, ore 17:37

Martedi ' 21 luglio ore 18 Giardini di piazzetta Ragazzi (da vico Indoratori -- locale Ombre Rosse) verrà presentato il libro "Scuola Diaz : vergogna di Stato"

Saranno presenti:

Prof. Vittorio Fanchiotti Università Degli Studi Di Genova
Enrica Bartesaghi Presidente del Comitato Verità e Giustizia Per Genova
Dario Rossi, Francesco Barilli gli autori

carloge

sabato, 04 luglio 2009, ore 09:13

“Che ne rimane del luglio 2001?"
 Martedì 21 luglio 2009 ore 17.00 c/o circolo Lo Zenzero via Torti 35 Genova
Lorenzo Guadagnucci, giornalista del Resto del Carlino e autore “Noi della Diaz” coordina la discussione.
Al momento hanno assicurato la loro presenza:
· Vittorio Agnoletto, ex portavoce del Genoa Social Forum
· Marco Bersani, ATTAC Italia
· Maurizio Gubbiotti, Legambiente
· Alfio Nicotra, gia' portavoce del Genoa Social Forum
ore 19.30 cena
 
 
Fiaccolata verso la scuola Diaz
Ora:    20.30 - 22.00
Luogo:    da Piazza Terralba verso la scuola Diaz
A 8 anni dal massacro "cileno" ritorniamo davanti alla scuola Diaz.
Intervento di Enrica Bartesaghi, presidente Comitato Verità e Giustizia per Genova
carloge

mercoledì, 01 luglio 2009, ore 20:12

Comunicato stampa di Vittorio Agnoletto e Lorenzo Guadagnucci sul processo a De Gennaro e Mortola

«La ricerca della verità non deve guardare in faccia a nessuno»

Genova, 1 luglio 2009 - «Avendo scelto gli imputati il rito abbreviato il dibattimento non è stato pubblico; è stata questa una scelta estremamente grave: l’opinione pubblica aveva diritto a essere informata sulle specifiche responsabilità di chi ha preparato la notte della mattanza alla Diaz, una delle pagine più buie della storia della Repubblica. Comunque, a quanto risulta da indiscrezioni di stampa, dalla ricostruzione dei PM, che sarebbe stata estremamente precisa e dettagliata, risulterebbe evidente che l’ex capo della Polizia, Gianni De Gennaro, fosse al corrente della spedizione punitiva realizzata nella notte del 21 luglio 2001 alla scuola Diaz. Riteniamo estremamente grave che, di fronte alle richieste di condanne avanzate dal PM Zucca nei confronti di De Gennaro e di Mortola, esponenti del governo dichiarino che “non si può umiliare lo stato criminalizzando chi lo difende”. Noi continuiamo a pensare che la ricerca della verità stia al primo posto e che tutti i cittadini, compreso chi rappresenta lo Stato ai massimi livelli, debbano essere uguali davanti alla legge. Nessuno può considerarsi al di sopra della legge e al di fuori della Costituzione. La lettura delle intercettazioni telefoniche sotto questo profilo è assolutamente inquietante, a prescindere dal giudizio che darà il tribunale. Abbiamo sempre ritenuto necessaria la ricostruzione della catena di comando che pianificò le violenze di quella notte; continuiamo infatti a pensare che non sia credibile che decine e decine di poliziotti improvvisamente e contemporaneamente abbiano commesso ogni sorta di violenza senza alcuna autorizzazione, o almeno garanzia di impunità, da parte di qualche autorità superiore. In questi anni gli apparati dello stato hanno fatto muro e la polizia ha ostacolato apertamente le inchieste della magistratura, come più volte denunciato dagli stessi PM. La credibilità delle istituzioni è stata gravemente compromessa e l’andamento del processo in corso contro Gianni De Gennaro e Spartaco Mortola non sta invertendo questa tendenza».
Vittorio Agnoletto, ex portavoce Genoa Social Forum
Lorenzo Guadagnucci, Comitato Verità e Giustizia per Genova
carloge

giovedì, 18 giugno 2009, ore 09:02

Mostra fotografica sugli eventi del G8
Di che cosa avremmo parlato dopo Genova?
“LA FELTRINELLI” 2 luglio 2009 ore 18.00 - Genova
fotografie di Matteo Fontana

Di che cosa avremmo parlato dopo Genova, se non avessimo dovuto parlare di un ragazzo ucciso, di una scuola devastata e insanguinata, di black bloc, di 6200 lacrimogeni e di 20 colpi di pistola sparati in 2 giorni dalle forze dell’ordine? Allora, di che cosa avremmo parlato? Del perchè centinaia di migliaia di persone hanno gridato la loro opposizione al vertice dei sette paesi più industrializzati del mondo più la Russia, cercando di impedirlo, almeno simbolicamente, violando la Zona Rossa, opponendosi alla dittatura del soldo e del mercato. Del fatto che un’avanguardia del modo ricco, che attraversa in maniera trasversale il modo politico, ateo e cattolico, è pronta a restituire una quota del proprio benessere al mondo povero. Quelle idee di solidarietà e quei giorni di scontri sono scomparsi nel fumo dei lacrimogeni e delle auto bruciate. Queste immagini vogliono ricordarcele. (da un testo di Mario Portanova, che appare integralmente nel libro “Genova 2001, i volti del movimento” fotografie Matteo Fontana)
Info: matteofontana.it

 
carloge

giovedì, 14 maggio 2009, ore 07:47



   Il libro delle Edizioni Alegre è stato curato da Checchino Antonini, Francesco Barilli e Dario Rossi, giornalisti i primi, legale del Gsf l’altro. Scrive Massimo Carlotto nella prefazione: «La lettura di ogni singola pagina sgomenta e alla fine rimane il senso di impotenza delle vittime rimaste senza giustizia. Colpisce ogni singola vicenda, dramma personale in una tragedia collettiva. C’è da augurarsi che ognuna, grazie alla solidarietà e alla “nostra” concezione di intendere il mondo, abbia trovato la forza di superare i traumi di quella notte».

Molti anni dopo, di fronte al tribunale di Genova che giudicava la notte cilena della Diaz, il pubblico ministero Enrico Zucca avrebbe spiegato quanto fosse difficile processare dei poliziotti. Avrebbe detto che era come processare mafiosi e stupratori. Nei casi di violenza sessuale, infatti, viene amplificato il discredito per la vittima «che avrai mai fatto per farti conciare in quel modo? Mica sarai stata tu a provocare?»e in quelli contro i boss scattano gli stessi meccanismi di «omertà e coperture che rendono difficili i riscontri». Così avrebbe detto, sette anni dopo i fatti, iniziando una lunghissima requisitoria, pronunciata con l’incubo di un decreto “ammazzasentenze” che Berlusconi, tornato al governo, sembrava stesse per emanare. Così non fu e la requisitoria sarebbe terminata con la richiesta di pene a ridosso delle iniziative di movimento per l’anniversario delle giornate del luglio 2001 e a pochi giorni dalla scandalosa sentenza, definitiva causa prescrizione imminente, sebbene fosse solo il primo grado, sulle torture avvenute nella caserma della celere di Bolzaneto tramutata in prigione provvisoria per le retate di No global. E mafiosi e stupratori, secondo la pubblica accusa, hanno un’«aura di intangibilità» minore di uno “sbirro” che se la prenda con un «nemico dello Stato: allora la tentazione di violare le leggi è molto alta».
Negli States, patria della police brutality, quando la polizia commette degli scempi si dice che ha passato la “linea blu”. E dietro quella linea si ritira, innalzando una sorta di muro di gomma, per coprire le indagini su quegli scempi. Quello ai ventinove funzionari di Ps - accusati a vario titolo di lesioni e abusi contro novantatré manifestanti arrestati illegittimamente tra il 21 e il 22 luglio 2001 - è stato un processo alla linea blu. Vista da fuori, quell’operazione parve una mostruosa carica, prolungamento di quelle che avevano inseguito e sconvolto i cortei dei giorni precedenti. Spesso, quasi sempre, contro persone inermi. Cariche illegittime. Come quelle che, il venerdì, avevano aggredito anche con armi improprie (usanza dei carabinieri del battaglione Lombardia, a quanto pare), un corteo regolarmente autorizzato di ex Tute bianche che volevano opporre i loro corpi, imbottiti alla meglio, alla zona rossa degli “Otto grandi”. Da quelle cariche ebbero origine gli scontri in cui fu ucciso Carlo Giuliani, 23 anni, col solo torto di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Un video a disposizione del giudice mostra chiaramente la scena di lui che si china a raccogliere l’estintore solo dopo aver visto spuntare dal lunotto del defender la pistola che lo ucciderà. Ma per il giudice non avrà importanza, la legittima difesa sarà quella del carabiniere che gridava:«Bastardi comunisti, vi ammazzo tutti quanti».
Il giorno dopo, e un numero imprecisato di cariche, sputi, insulti, arresti, tutte cose più o meno illegittime - a giudicare dal numero di inchieste e dalle migliaia di chilometri di pellicola - 300mila dimostranti tentavano di lasciare Genova senza farsi accorgere dagli squadroni di robocop esagitati e travisati. via Battisti, tra il mare, il centro e Albaro, è una viuzza stretta su cui si affacciano due scuole dei primi del Novecento. È il complesso scolastico Diaz. Con le spalle al mare, a sinistra c’è la Diaz-Pascoli, di fronte la Diaz-Pertini. Di qua il media center, il quartier generale dei legali, l’ambulatorio del soccorso medico. Di là doveva esserci la casa delle Ong ma un violentissimo, inaspettato nubifragio, la notte del giovedì - dopo il corteo dei migranti - trasformò la scuola in dormitorio per gli sfollati dei campeggi. Quel sabato sera ci trovarono rifugio alcune decine di reduci, stranieri e italiani, dal corteo inseguito e brutalizzato per ore dalle polizie di Berlusconi. Al terzo piano c’era un’aula dove aveva trovato sede anche la redazione di Liberazione per quei giorni. Chi scrive terminò il suo pezzo poco dopo le 21.00 annotando che «intorno alla Diaz iniziava uno strano carosello di volanti». Poco prima tutta la piccola folla di giornalisti e mediattivisti s’era riversata alla finestra sentendo certe urla e sgommate che provenivano dalla viuzza. Un convoglio di macchine civetta e macchine della polizia e un blindato della celere. In molti gridavano «Assassini, assassini!». Forse riconobbero digossini di Napoli (la mattanza del 17 marzo, centoventisei giorni prima, sembrò a tutti la prova generale di Genova). Volò, pare una bottiglietta che neppure andò a segno. In molti si misero a tranquillizzare il lanciatore.
In questura qualcuno scrisse che quella fu un’aggressione dei Black bloc, gli stessi che avrebbero causato gli scontri delle ore precedenti. Fu così che prese le mosse la “notte cilena”. Che la versione ufficiale facesse acqua se ne accorse perfino la blanda indagine conoscitiva concessa da Berlusconi a un’opinione pubblica scossa e a un’opposizione - il futuro Pd - più imbarazzata che indignata. Rifondazione, in imperfetta solitudine, chiederà una reale inchiesta parlamentare per sei anni fino al naufragio dell’idea nell’infelice legislatura del secondo Prodi.
È smontando quella versione ufficiale che inizierà la lunga requisitoria di Zucca e del suo collega Francesco Cardona Albini che punterà a ricostruire minuziosamente il contesto in cui operò la «concreta attività di comando nell’ambito della quale sono maturate le condotte dei subordinati». Perché sotto processo ci saranno solo alcuni dei capi che coordinarono le irruzioni nelle scuole di via Battisti. Gli esecutori materiali non saranno mai identificati. Agirono travisati e il Viminale non ha mosso una paglia, anzi, ha remato contro ogni tentativo di dare un nome e un cognome ai protagonisti di quelle giornate che Amnesty International, al termine di un’inchiesta indipendente, definirà «la più grave sospensione dei diritti umani in Occidente, dopo la seconda guerra mondiale. […].

Da Liberazione
carloge

venerdì, 13 febbraio 2009, ore 07:18

Sentenza Diaz, soltanto qualche eccesso da stress
Checchino Antonini, Liberazione

E' vero, la polizia fu disumana oltre ogni misura, e omertosa nelle indagini su quella sua ferocia. Una polizia stressata e suggestionabile, quella notte, ma che agì nella consapevolezza dell'impunità. Ma, tutto sommato, il massacro della Diaz non fu una rappresaglia contro il più grande movimento sociale da trent'anni in qua. Più di trecento pagine di motivazioni per sostenere questa traballante impalcatura, l'ossimoro inquietante che scandalizzò la piccola folla che ascoltò la lettura della sentenza che assolveva i vertici e condannava i capisquadra dei celerini nella certezza che la prescrizione avrebbe risparmiato loro ogni grana. Depositate ieri le motivazioni della sentenza sulla "notte cilena" che chiuse tre giorni di inaudita violenza su manifestanti per lo più inermi. Una sentenza che dice più di quanto spieghino le condanne lievissime e che non convince sulle clamorose assoluzioni. Era il 13 novembre dell’anno scorso quando il tribunale di Genova pronunciò la sua sentenza sulla mattanza alla Diaz. La piccola folla di vittime, testimoni, attivisti e cittadini la accolse impressionata ritmando la parola «vergogna». Sette anni prima, nella notte tra il 21 e il 22 luglio, centinaia di agenti irriconoscibili fecero irruzione nelle due scuole del quartiere genovese della Foce, via Battisti, che ospitavano, una di fronte all’altra, il quartier generale del Genoa social forum e il dormitorio dei manifestanti sfollati dai campeggi dopo il nubifragio di due notti prima. Più di quaranta persone furono ferite anche molto gravemente, 93 gli arresti mai convalidati perché illegittimi. Servivano a coprire il massacro con la versione ufficiale di una caccia maldestra ai black bloc. Per questo furono fabbricate prove false da esibire a un’opinione pubblica scossa dai massacri di strada delle ore precedenti e dall’omicidio di un ventitreenne che provava a difendersi dalla pistola spianata di un carabiniere. Gabrio Barone, presidente della prima sezione penale del tribunale di Genova, ha depositato ieri le motivazioni sull’assoluzione di 16 degli imputati e delle 13 condanne per un totale di 35 anni e 7 mesi. Gli assolti sono pezzi da 90 della polizia di stato come Francesco Gratteri, il più alto in grado quella notte come direttore dello Sco, e Giovanni Luperi, vice di La Barbera all’Ucigos. I condannati sono quasi tutti Canterini boys, i capisquadra del responsabile dei reparti mobili in azione nei giorni del G8 più lo stesso Canterini. Dunque non fu «un complotto ai danni degli occupanti», scrive il giudice nella motivazione. Né «spedizione punitiva», né «rappresaglia». Carenza di prove concrete ma, soprattutto, «appare assai difficile che un simile progetto possa essere stato realizzato e portato a compimento con l’accordo di un numero così rilevante di dirigenti, funzionari e operatori». Piuttosto si ritiene «che i dirigenti fossero convinti che l’operazione avrebbe avuto un rilevante successo e si sarebbe conclusa con l’arresto dei responsabili delle violenze e delle devastazioni dei giorni precedenti». «Quanto accadde all’interno della scuola Diaz Pertini fu al di fuori di ogni principio di umanità, oltre che di ogni regola ed ogni previsione normativa, anche se fu disposta in presenza dei presupposti di legge - si legge ancora - quanto avvenuto in tutti i piani dell’edificio scolastico con numerosi feriti di cui diversi anche gravi tale da indurre lo stesso imputato Fournier a paragonare la situazione ad “una macelleria messicana”. Appare di notevole gravità sia sotto il profilo umano che legale. In uno stato di diritto non è accettabile che proprio coloro che dovrebbero essere i tutori dell’ordine e della legalità pongano in essere azioni lesive di tali entità, anche se in situazioni di particolare stress». «Non può escludersi che le violenze abbiano avuto un inizio spontaneo da parte di alcuni» ma c’era «la consapevolezza da parte degli operatori di agire in accordo con i loro superiori che comunque non li avrebbero denunciati». I giudici osservano inoltre come «non sia del tutto incredibile che l’inconsulta esplosione di violenza abbia avuto un’origine spontanea e si sia quindi propagata per un effetto attrattivo e per suggestione tanto da provocare, anche per il forte rancore sino ad allora represso il libero sfogo all’istinto determinando il superamento di ogni blocco psichico e morale, nonchè dell’addestramento ricevuto». Non ci sono prove certe, invece, «ma semplici indizi non univoci» sulla consapevolezza «della falsità del ritrovamento delle bottiglie molotov». Gli elementi indicati dall’accusa da un lato possono «determinare il sospetto circa la consapevolezza della falsità» ma è anche vero «che non possono valere a provarla con la dovuta certezza trattandosi di semplici indizi non univoci». Sull’intero impianto pesa «un atteggiamento di distacco» da parte della polizia, «nell’individuare gli autori delle violenze e nell’accertare le singole responsabilità». Quel distacco «ha contribuito ad avvalorare la sensazione di una certa volontà di nascondere fatti e responsabilità di maggiore importanza che seppure infondata o comunque rimasta del tutto sfornita di prove ha caratterizzato negativamente tutto il procedimento sotto il profilo probatorio ». Si citano «la mancata identificazione dell’agente con la coda di cavallo; l’invio al pm per la loro identificazione delle foto dei funzionari all’atto del loro ingresso in polizia anzichè quelle recenti; il fatto che per individuare gli agenti entrati alla Diaz si sia dovuti ricorrere ad indagini peritale». «La giustificazione di un simile atteggiamento - scrivono i giudici - potrebbe rinvenirsi in un malinteso senso di tutela dell’onore dell’istituzione» e «la mancata individuazione delle singole responsabilità potrebbe ledere l’onore di tutta la polizia». Non ci sono prove, insomma, che Gratteri e Luperi (entrambi assolti) fossero consapevoli di quanto stava avvenendo nella scuola Diaz, mentre il comportamento omissivo e il silenzio sulle violenze degli agenti del VII nucleo, di Vincenzo Canterini, condannato a quattro anni, e di Fournier (il suo vice, condannato a due anni) confermano l’esistenza di una sorta di accordo volto a garantire l’impunità di questi ultimi in caso di comportamenti illeciti e violenti». Fin qui le anticipazioni di un documento che sarà letto con attenzione sia dai pm, Zucca e Cardona Albini, sia dai legali delle difese e delle parti civili per la pioggia di ricorsi più utili per i processi civili che per altro vista la prescrizione che cancella quasi tutti i reati. Per Haidi Giuliani, la mamma di Carlo Giuliani, si tratta di una motivazione «ancora più triste e meno coraggiosa della sentenza perché non si vuole o non si può attribuire responsabilità ai livelli apicali. Una sentenza difficilmente comprensibile ». Vittorio Agnoletto, eurodeputato Prc all’epoca portavoce del Gsf, la definisce «democristiana»: «Non potendo negare l’evidenza hanno piegato la realtà alle esigenze politiche. E’ incredibile dire, di fronte ai verbali e ai filmati, che manchino le prove!». «Sono stati assolti sul piano penale - scrive il comitato Verità e giustizia che raggruppa le vittime della Diaz - ma sono pienamente responsabili sul piano etico e professionale: non si accorsero dei falsi, non fermarono le violenze, non hanno nemmeno partecipato alla ricerca della verità». Per questo le vittime della Diaz tornano a chiedere le dimissioni dei vertici del Viminale.
Che. Ant.

carloge

mercoledì, 11 febbraio 2009, ore 07:53

COMITATO VERITA' E GIUSTIZIA PER GENOVA
www.veritagiustizia.it - info@veritagiustizia.it

Comunicato stampa

DIMISSIONI SUBITO

Anche il tribunale di Genova riconosce che dentro la scuola Diaz agenti e funzionari di polizia furono protagonisti di violenze disumane e agirono con la certezza dell'impunità (che in effetti è stata ottenuta, visto che le 13 condanne cadranno in prescrizione e che non sono scattati provvedimenti disciplinari di alcun tipo).
A questo punto sono necessarie le immediate dimissioni dei dirigenti che parteciparono all'operazione: sono stati assolti sul piano penale, ma sono pienamente responsabili sul piano etico e professionale: non si accorsero dei falsi, non fermarono le violenze, non hanno nemmeno partecipato alla ricerca della verità, disertando tutte le udienze del processo e avvalendosi della facoltà di non rispondere alle domande dei pm.
Anche il capo di una polizia che agisce in modo disumano contro cittadini inermi non può restare al suo posto.

Comitato Verità e Giustizia per Genova

Genova, 10 febbraio 2009
carloge