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lunedì, 22 maggio 2006

Osservatorio Internazionale sui Processi di Genova - G8

A Genova sono in corso alcuni processi scaturiti dai gravissimi fatti avvenuti nel luglio 2001 durante il G8. Questi processi hanno una grande importanza politica e culturale e attorno ad essi ci deve essere una forte attenzione da parte dell'opinione pubblica e della società civile, in Italia e in tutta Europa. Nel 2001 ci fu una drammatica sospensione dello stato di diritto: il più clamoroso esempio delle pratiche di violenza e torture in un paese europeo, per negare ogni opposizione alle scelte sempre più devastanti per la democrazia e i diritti fondamentali di tutti gli esseri umani. L'Osservatorio Internazionale si è costituito perché i processi in corso a Genova siano seguiti con costanza ed attenzione, come strumento di raccordo con l'opinione pubblica e le istituzioni, per evitare che siano circondati dal silenzio. Questo Osservatorio, avrà il compito di vigilare sui processi per coglierne i risvolti politici ed istituzionali e svolgere così un ruolo di "verifica" sulla tenuta dei principi costituzionali. A Genova nel 2001 si è gravemente incrinato quel rapporto di fiducia fra cittadini e istituzioni (a cominciare dalle forze dell'ordine) che è uno dei cardini di ogni democrazia. I processi, e la riflessione che da essi potrà scaturire, offriranno un'occasione irripetibile per colmare quel solco fra istituzioni e società civile che si è aperto nel 2001 e che in questi anni non ha fatto che allargarsi. L'Osservatorio svolgerà un'opera di vigilanza e verifica sul piano politico-istituzionale, con interventi pubblici e la presenza a Genova degli osservatori durante le udienze. Il gruppo fondatore dell'Osservatorio è composto da personalità della società civile, italiana ed europea: docenti, giornalisti, scrittori, rappresentanti di associazioni e organismi sensibili ai temi dei diritti civili. Questo nucleo sarà affiancato da parlamentari (italiani e stranieri) che in questi anni hanno seguito con attenzione le conseguenze giudiziarie del G8.
COMITATO VERITA' E GIUSTIZIA PER GENOVA
www.veritagiustizia.it
info@veritagiustizia.it
per informazioni: Enrica Bartesaghi 335 - 568 13 14
Antonio Bruno 339 - 344 20 11

Finestra con vista su Bolzaneto Tommaso Fattori
(Osservatore internazionale processi Bolzaneto e Diaz del 13 e 14 giugno 2006)

Spaventa il silenzio della "grande" (?) stampa nazionale sui processi genovesi. Un passaggio ancora sanguinante della storia contemporanea -la più imponente sospensione di massa dei diritti civili in Europa dal secondo dopoguerra, secondo Amnesty International- rimosso e sepolto vivo. La voglia di obliare pare imperante, soprattutto nei palazzi. Le parole della tortura restano nelle aule di tribunale (dove peraltro non si può giudicare il reato di tortura, semplicemente perchè non c'è), in un'atmosfera surreale (un crocifisso domina in alto, alle spalle dei giudici). Forse anche il giornalismo è così distratto, penso, perchè ha assorbito e riprodotto quell'assuefazione cinica al male e alla violenza che il potere mostra oggi in modo perfetto: lo stato di diritto è un concetto astratto, che poco s'accorda con la dura "governance" del reale, fatta di cose che non si possono dire ma si devono fare. E' Genova 2001 ma anche il Patriot Act. E' la cultura dello pseudo-realismo, sempre pronta a rendere logiche e necessarie le guerre e le torture. Torture che sono tanto piu' brutali quanto più le vittime sono ritenute inferiori (non-umane): gli iracheni di Abu Ghraib o Guantanamo sono ancora piu' bestie dei no-global di Bolzaneto. Mentre ascolto mi ripeto ancora una volta che la storia deve essere guardata dal punto di vista delle vittime, per essere compresa. Forse stavolta sto osservando un po' anche me stesso: chiunque fosse in quei giorni a Genova, ora, in quell'aula di tribunale, osserva un po' anche sé. Per puro caso mi trovo io al di qua, affacciato a questa strana finestra su Bolzaneto, e il ragazzo spagnolo al di là, prima rinchiuso nella caserma genovese e ora seduto in tribunale a deporre. Adolfo faceva parte del gruppo Pink, il cui motto era manifestare contro il G8 utilizzando la "frivolezza tattica" e la fantasia nelle sue diverse forme artistiche: musica, danza, teatro. Avevano costruito un corteo di "azione diretta non-violenta", presto dissolto dalle cariche della polizia; decidono allora di confluire in piazza Manin, con la Rete di Lilliput, ma la piazza è stata già dispersa e occupata dalla forze dell' "ordine". Adolfo, alla ricerca dei suoi amici, entra in piazza con le mani alzate e si blocca di fronte a un corpo che giace a terra, con la testa insanguinata. Mentre guarda impietrito viene preso, senza un motivo, ammanettato con lacci di plastica che, serrati per oltre dieci ore, gli causeranno il blocco della circolazione e varie ferite. Inizia qui la catena di paura, incarcerazione, insulti, sputi, botte selvagge e calci dolorosissimi: inframezzati da lunghe ore passate al freddo, in ginocchio, con la faccia al muro, ascoltando le urla di chi veniva pestato in "infermieria". Come può un resoconto come questo dar conto di ciò che vorrei? Di ciò che si capisce guardando empaticamente la vittima (e che mai avevo capito leggendo articoli o email)? Come riuscire a trasmettere l'angoscia, le umiliazioni, l'insensatezza? Comunicare il tremore, i soprusi e il gusto malato della sopraffazione? La parola scritta pone inevitabilmente una distanza. Come "osservatori internazionali" dovremmo portare fuori dall'aula quelle vicende ma sono ora convinto che la miglior cosa che posso fare sia, al contrario, portare dentro quell'aula: spingere molti altri ad assistere in prima persona ai processi Diaz e Bolzaneto. Occorre esserci con tutti i sensi, vedere e ascoltare le vittime in carne ed ossa, entrare in relazione diretta. Non che la presenza fisica aiuti a dare un senso a tutto: c'è il livello delle responsabilità politiche, la presenza dei ministri e dei vice presidenti del consiglio a Bolzaneto e nelle sale operative genovesi, ci sono le strategie dei vertici delle forze dell'ordine; ma c'è anche l' odio quasi sadico di anonimi (in molti sensi) individui in divisa, intriso a sua volta di paure e preparato con stravaganti idiozie (il sangue infetto dei manifestanti, pronto ad essere spruzzato come in un film di Tarantino), che si sostanzia in torture di gruppo, fisiche e psicologiche. Portato in infermieria, nel cuore della notte e dopo essere stato già malmenato, Adolfo viene messo sul lettino e il medico gli alza la camicia: "nessun segno...per il momento". All'istante le guardie saltano addosso all'artista pink (anche la camicia era rosa) e lo picchiano selvaggiamente, sul lettino stesso; forse si uniscono anche i due medici, ma Adolfo si copre la faccia con le mani e non vede. Quando verrà portato a forza in bagno, durante la lunga nottata, e di nuovo picchiato fino a lasciarlo a terra, ecco che un carabiniere si toglierà un distintivo e premendolo sulla faccia di Adolfo gli urlerà: "avete ucciso uno di noi". Bastardi, terroristi, assassini e una pioggia di insulti e sputi che accompagnavano le botte. Adolfo mi racconta di aver creduto più volte che forse non ne sarebbe uscito, che si era convinto che "se un carabiniere era morto c'era da supporre che si volesse presentare qualcuno dei detenuti come colpevole". Né il pubblico ministero né altri pongono domande sull'evidente tortura psicologica e sulle conseguenze di questo trattamento; il processo deve accertare precise responsabilità individuali e altro è il piano delle contestazioni mosse ai torturatori di Bolzaneto. Quando Adolfo all'alba, dopo una notte di questo tenore, verrà portato sul cellulare verso una "destinazione ignota" mi dice di aver avuto un totale crollo psicologico, convinto di essere spostato in un altro speciale centro di tortura, per fargli confessare l'uccisione del carabiniere. Chi conosca lo stato delle carceri italiane può dedurre -per contrasto- la disumanità e brutalità della detenzione a Bolzaneto: giunto al carcere di Alessandria e messo in una "cella di un carcere normale", dove potè finalmente dormire un poco (a Bolzaneto e nei trasferimenti era loro vietato dormire) e mangiare (dopo ventiquattro ore) Adolfo pensò "che quella cella fosse il luogo migliore della terra". Questa banalità della tortura e la mancanza di vergogna dei tanti "servitori dello stato" in azione nella caserma sono il basso continuo della vicenda; o le forze dell'ordine sapranno liberarsi di coloro che si credono al di sopra delle leggi che dovrebbero per l'appunto "servire", o non ci sarà alcuna ricomposizione di questa frattura epocale fra una generazione e le istituzioni. A Bolzaneto sono state violentate tanto le leggi divine (sofoclee) quanto le leggi umane: alla sospensione dello stato di diritto si è accompagnata una feroce mancanza di pietas, la crezione collettiva di terrore, lo scatenamento di violenze fisiche e il desiderio di annullare psicologicamente degli esseri umani (fra l'altro innocenti, ed è secondario). Al processo per l'irruzione nella Diaz, il giorno dopo, voglio ascoltare i poliziotti e i carabinieri chiamati dal pubblico ministero come testimoni: su quattro, tre non si presentano e qualcuno invia all'ultimo momento certificati medici. Troppo poco tempo per poter preparare una "versione comune", si commenta sommessamente. Altri certificati sono in arrivo per i testimoni "in divisa" dei giorni successivi. Il presidente del tribunale ironizza, in apertura dell'udienza: "c'è una certa indisposizione diffusa -deve essere successo qualcosa...". Né vergogna né dignità, dunque; malgrado il titanico lavoro del Genoa Legal Forum, del Gsf e del Comitato non sembra facile ottenere "verità e giustizia". D'altra parte, penso, in molti devono aver una considerevole dimestichezza con i falsi: a Bolzaneto Adolfo è stato obbligato a firmare una dichiarazione: "non potei leggerla e alla mia domanda sul contenuto risposero solo -devi firmare". Naturalmente tutti gli stranieri hanno sottoscritto un testo in italiano, anzi, hanno sicuramente dettato in fluente italiano. Il Pm domanda perchè mai Adolfo non abbia mai provato a chiedere di andare in bagno (che comunque ha potuto visitare quando ce l'hanno trascinato a forza, per picchiarlo) o di parlare con i familiari e con un avvocato: "tutte le circostanze mi consigliavano di non chiedere alcunchè", è l'esaurientissima risposta. Al processo Diaz c'è una giovane ragazza calabrese, ma è terrorizzata; come se qualcuno in questi anni le avesse suggerito di non mettersi nei guai testimoniando al processo contro poliziotti e carabinieri. Forse si spiega in questo modo il contrasto fra le dichiarazioni rilasciate ai Pm all'indomani del blitz alla Diaz e i lunghi silenzi in aula. Su settanta testimoni di parte offesa mi dicono sia l'unica ad aver rimosso così massicciamente. Presto sarà in aula anche una giovane statunitense, che pure dormiva alla Diaz; il padre, che l'accompagnerà, ha detto ai genovesi che si occupano dell'alloggio, con spirito tutto anglosassone : "trovate un posto anche per me -ma non nella scuola dove ha dormito mia figlia, per favore". Non so che accadrà; se la politica che ha vomitato tutto questo riuscirà ad assumersene finalmente la responsabilità dando vita ad una commissione parlamentare d'inchiesta, o se invece dovremo aspettare un lustro. Non so se il reato di tortura farà la sua comparsa sulla scena del diritto italiano o se negarne l'esistenza sarà il nostro originalissimo modo di combatterla; né so se alcuni numerini identificativi saranno ricamati sulle divise, rendendo d'ora in poi meno anonimi gli anonimi e più imputabili i responsabili. Probabilmente è difficile che Lidia (Menapace), appena esclusa dalla presidenza della commissione difesa del senato, possa insegnare la nonviolenza a poliziotti e carabinieri; eppure sarebbe un salto di civiltà essenziale. In questo momento non so neppure decidere se i fatti di Genova e Bolzaneto siano più in sintonia con il nuovo (il neoassolutismo dei nuovi poteri della globalizzazione neoliberista) o più in continuità con il vecchio: la peggiore storia italiana, dove pezzi delle istituzioni e del potere (politico o economico) si sono spesso posti al di sopra e "al di là" del diritto; a volte in forma tragica, altre in forma fasesca. Non so moltissime cose. Tuttavia il Pink Adolfo, venuto da Saragozza, e le tante persone amiche impegnate a Genova senza sosta nella ricerca della verità, alla fine mi hanno messo decisamente di buon umore; e parto "cantando, con la speranza in cor".


OSSERVATORIO INTERNAZIONALE SUI PROCESSI DI GENOVA - PROCESSO DIAZ

Domani, 14 giugno 2006 udienza per l'irruzione nella scuola Diaz, 21 luglio 2001
Saranno presenti:
Sandro Bortot, 63 anni, consigliere regionale della Regione Autonoma Valle d'Aosta, partecipante alle giornate di Genova 2001
Elisa Bortot,25 anni, insegnante e laureanda in storia,partecipante alle giornate di Genova 2001
Carlo Signore, 23 anni, operatore sociale, studente in informatica
Giorgio Caniglia, coordinatore di Arcobaleno Vallée d'Aoste, Consiglio nazionale di ATTAC Italia
Alexandre Glarey, 32 anni, Presidente dell'ARCI Valle d'Aosta (già Portavoce dell'Aosta social Forum)


Domani 13 giugno 2006 Tommaso Fattori partecipera' in qualita' di osservatore internazionale dei processi del G8 di Genova all'udienza relativa alle sevizie nella caserma di Genova Bolzaneto.

Tommaso Fattori, attivo nel movimento altermondialista, è stato fra gli organizzatori del Forum Sociale Europeo - Portavoce del Firenze Social Forum- e del Forum Mondiale Alternativo dell'Acqua. Fra i fondatori, assieme al movimento dei professori fiorentini, del Laboratorio per la Democrazia, fa parte del consiglio direttivo di Alternative Europa. Attualmente si occupa di Beni Comuni. Suoi interventi sono stati ospitati sulle pagine di diversi quotidiani ("La Repubblica","Il Manifesto", "L'Unita'", "Liberazione") e riviste ("Carta", "Quale Stato", "Ecòle").


OSSERVATORIO INTERNAZIONALE SUI PROCESSI
PROCESSO BOLZANETO - Udienza del 09/06/2006

Osservatore: Maurizio Gubbiotti

Udienza del 9/6/’06 su Bolzaneto con testimoni due ragazzi spagnoli.
Ragazzo spagnolo nato a luglio ’77: arriva a Bolzaneto intorno alle 20.00 del 21 luglio; sulla descrizione delle divise presenti a Bolzaneto, solita grande confusione nel distinguere tra carabinieri e altre forze dell’ordine, segno di tante presenze miste delle varie forze dell’ordine; veniva picchiato se provava a parlare con gli altri arrestati che erano a Bolzaneto; inoltre dentro l’edificio è stato colpito un sacco di volte mentre percorreva il corridoio con mani legate dietro la schiena e testa tenuta bassa per non vedere chi era a picchiare; tenuti in cella in piedi con faccia rivolta al muro, mani legate e ancora colpi, se qualcuno non riusciva a rimanere in piedi e cadeva gli salivano sopra; in cella in quella posizione fino al mattino successivo quando veniva trasferito al carcere di Alessandria; dichiarazioni fatte firmare in una lingua diversa dalla propria senza neanche poterle leggere, il ragazzo spagnolo dopo essere stato picchiato a sangue, accetta di firmare senza essere riuscito a leggere il testo che oltretutto era in italiano.
In quei giorni abbiamo assistito davvero ad una sospensione dei diritti civili più elementari, con una scientificità quasi sadica nel sottoporre una grande quantità di persone a soprusi. E’ incredibile come oggi tutto ciò sembri lontano e di una portata così gigantesca da non sembrare reale e per questo c’è davvero la necessità di far sapere cosa è successo e quanto tutto ciò abbia rischiato di segnare negativamente un’intera generazione giovane, che per la prima volta lì aveva fatto il proprio debutto sulla scena della politica. Questo vuol pure dire che oggi la politica, ancor più ora che un nuovo Parlamento inizia i propri lavori, deve davvero assumersi la responsabile di riportare verità e trasparenza su una situazione che probabilmente non ha davvero precedenti nel nostro Paese.
Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente.


OSSERVATORIO INTERNAZIONALE SUI PROCESSI
PROCESSO DIAZ - Udienza del 31/05/06

Osservatore: Gonella Giuseppe (dalle h. 11.45 anche Sirtori Rosanna)

Sono arrivato in Tribunale alle 9.40. Dopo aver lasciato le generalità al banchetto all'ingresso dell'aula (le generalità vengono trascritte su appositi fogli la cui finalità continua a non essere chiara) mi sono accomodato nello spazio destinato al pubblico dell'aula-bunker.
Alle 9.45 è entrata la Corte. Formalità di rito (appello degli avvocati delle parti civili e della difesa: è stata formalizzata la rinuncia dell'Avv. Li Gotti alla difesa di Gratteri ed il conseguente incarico ad altro avvocato).
Alle 9.56 è stato fatto entrare il primo teste: la onorevole Mascia. La testimonianza è stata piuttosto lunga (circa un'ora e mezza) ed intensa. La sequenza delle domande prevede prima quelle del PM, poi quelle di parte civile e, infine, quelle della difesa.
La Mascia, dopo aver descritto il ruolo svolto nei giorni del G8 del 2001, ha ripercorso l'intera serata del 21 luglio, a partire da quando era a cena con Mantovani, Conti e Nesci. Quando ha ricevuto la notizia della "perquisizione" alle scuole di via Battisti si trovava a Brignole per aiutare i manifestanti (molto provati dalla manifestazione) a prendere i treni per il rientro. Dopo aver lasciato l'auto in una via adiacente, arrivava con i suddetti accompagnatori davanti alle scuole. Con Conti entrava nella scuola Pascoli (mediacenter), mentre Mantovani e Nesci cercavano di entrare nella Pertini. Segue il racconto di quanto visto.
A questo proposito, la Mascia è stata più volte invitata, anche in maniera veemente, in particolare dal presidente della corte, a mantenere distinti, per così dire, "i fatti dalle opinioni", in quanto cercava di descrivere non solo i fatti ma anche le proprie impressioni e sensazioni vissute in quei momenti. Pur capendo l'esigenza del tribunale di attenersi strettamente ai fatti, ritengo comprensibile che sia molto difficile raccontare gli eventi senza tenere conto delle emozioni provate nel vivere quegli eventi stessi e, quindi, prescindendo dall'interpretazione che di quegli eventi si dà nel momento stesso in cui li si vive. Un esempio è stato quello relativo al fatto che la Mascia ha ricordato quando aveva visto il famoso sacco nero di plastica portato fuori dalla scuola dalla polizia ("un morto... ?!?") e di come, mentre vedeva caricare i manifestanti sulle camionette della polizia, aveva avuto la nettissima sensazione di aver visto portare via anche un bambino e di essere rimasta sconvolta da ciò (al termine, il presidente le ha detto che si trattava di una minorenne polacca, già ascoltata in aula). La testimonianza si è conclusa ricordando le visite presso i pronto soccorso di San Martino (dove sono entrati, pur in presenza di molti poliziotti, grazie all'intervento di quello che lei ritiene fosse il primario e dove hanno potuto parlare con alcuni manifestanti in presenza anche dei consoli spagnolo e americano) e del Galliera (dove hanno avuto molte più difficoltà, senza collaborazione da parte dei medici e dove sono entrati accompagnati dalla polizia). A questo punto c'è stata molta insistenza da parte della difesa sulla questione dell'identificazione del supposto "primario" del pronto soccorso di San Martino.
Molto più brevi le testimonianze di Conti e di Nesci. Quest'ultimo è stato, forse, il più lucido e freddo, specie quando si è trattato di raccontare del tentativo di entrare, con Mantovani, nella Pertini, precisando di essere stati sbattuti fuori e di aver parlato con Mortola che si trovava dietro il cordone della polizia all'entrata della scuola. Netta anche la precisazione relativa al fatto di aver visto, dopo esser entrati nella Pertini dopo che la polizia se ne era andata, che l'abbondante sangue sparso in giro era "fresco".
Ultima testimonianza quella di Stefano Kovac, molto incentrata sulla questione dell'accoglienza dei manifestanti (di cui era responsabile per conto del GSF). Si è insistito sui contatti con le forze dell'ordine in relazione agli eventuali problemi sorti nelle strutture di accoglienza e sulla telefonata intercorsa con Mortola poche ore prima del blitz, durante la quale Mortola aveva parlato di un lancio di bottiglie ("vuote") contro alcune auto della polizia e Kovac, dopo aver raccomandato di "non fare cazzate", aveva ritenuto che la questione si chiudeva lì e non sarebbero sorti problemi: Kovac ha ricordato di come, successivamente, si sia fatto molti scrupoli nell'aver sottovalutato quella telefonata e di essersi fidato di Mortola.
Alcune considerazioni personali.
La cosa che più mi ha colpito è la situazione di oggettiva "intimidazione" cui sono sottoposti i testi. Appare evidente infatti che i testi si trovano in una netta situazione di inferiorità (il giuramento, la responsabilità di fronte alla legge e alla corte, il fatto di trovarsi in una situazione non usuale) che li porta a perdere lucidità e freddezza, mentre si trovano di fronte persone (il PM, la corte e, soprattutto, gli avvocati) che sono, ovviamente, perfettamente a proprio agio (in qualche caso al limite della boria...). In tale contesto, si inseriscono in particolare gli avvocati della difesa con domande la cui utilità ai fini del processo appare talvolta difficilmente comprensibile, se non per mettere semplicemente in difficoltà i testi, rimarcando, per esempio, le discordanze (spesso sottolineate in maniera capziosa) con i verbali delle testimonianze rese a suo tempo al PM.
Direi che è tutto
Alla prossima
Giuseppe


COMUNICATO STAMPA
PAOLO CACCIARI OSSERVATORE INTERNAZIONALE AL PROCESSO SULLE TORTURE DEL G8 NELLA CASERMA DI BOLZANETO
Martedi 16 maggio 2006 l'onorevole Paolo Cacciari presenziera' all'udienza prevista al tribunale di Genova, in merito alle torture avvenute nella caserma di Bolzaneto nel luglio 2001.
Continua, pertanto, l'attivita' dell'Osservatorio Internazionale sui Processi del G8 di Genova, che si è costituito perché i processi in corso a Genova siano seguiti con costanza ed attenzione, come strumento di raccordocon l'opinione pubblica e le istituzioni, per evitare che siano circondati dal silenzio.
Nel 2001 ci fu una drammatica sospensione dello stato di diritto: il più clamoroso esempio delle pratiche di violenza e torture in un paese europeo, per negare ogni opposizione alle scelte sempre più devastanti per la democrazia e i diritti fondamentali di tutti gli esseri umani.

Paolo Cacciari, attualmente deputato italiano della Sinistra Europea, e' giornalista. Ha lavorato a "l'Unità" e attualmente collabora con "Carta" e "Liberazione". Ha diretto l'"Osservatorio veneto".
E' stato per vari periodi Assessore al Comune di Venezia occupandosi di partecipazione ed ambiente. Ha collaborato con legambiente, Lipu, Forum Ambientalista e altre associazioni.

OSSERVATORIO INTERNAZIONALE SUI PROCESSI G8
Osservatrice Paola Manduca
26 aprile 2006
Paola Manduca abita a Genova ed e' ricercatrice all'Universita' di Genova
3 testimoni-
Uno psicologo nato in Brasile nel 1962 , il cui nome vi invierò appena trovo i maledetti foglietti su cui l’ho scritto, che è stato preso sabato e mandato domenica in mattinata ad Alessandria, permanenza a Bolzaneto quindi una ventina di ore. Botte quando li hanno fermati, una decina, ma non in gruppo , non si conoscevano mentre camminavano per fatti loro nella mattinata, buttati giù dal pulmino ad incontrare un signore che teneva un manganello teso in modo che loro ci sbattessero contro con l’addome, all’arrivo a Bolzaneto. Molestato in varii modi durante tutta la permanenza. Spinte, botte all’inizio, non è mai andato in bagno perchè chi ci era andato aveva mormorato agli altri di non farlo, e dall’esterno (quindi uno delle forze dell’ordine) aveva detto attraverso la finestra di non chiedere di andarci. Ha sentito anche altri ricevere colpi e quando uno ha urlato basta..ha sentito picchiarlo. È stato tutte le 20 ore tra faccia la muro, braccia e gambe larghe e in ginocchio mani sulla nuca, con una parentesi di un oretta in cui un carabiniere ha concesso di sedersi, poi redarguito da chi gli ha dato il cambio. Ha identificato le divise dei presenti, con la eccezione di un paio di persone che ha visto in viso, dal colore-forma dei pantaloni, poichè per tutto il tempo dovevano guardare in basso. Di tarda sera era gelato, tanto che ha dovuto strapparsi la catenina che non riusciva a togliere, quando in infermeria gli hanno detto di levarsela. In infermeria nudo il suo accompagnatore in divisa D2 (biondo , robusto di circa 35 anni) gli ha fatto fare flessioni, la donna bionda che forse era il medico, non lo ha nemmeno visitato. In compenso il signore in uniforme D2, gli ha ordinato di raccogliere la imondizia che giaceva a terra e di metterla nel cestino. Da fuori, alla finestra della cella il ritornelli e suonerie con faccetta near, scherno..adesso per 5 anni avete finto di fare quello che vi pare.. in una occasione gas lanciato nella cella e in un’altra a lui e quello vicino a lui hanno spruzzato liquido urticante in faccia. Era ridotto, a suo dire, così che avrebbe fatto qualsiasi cosa gli ordinavano perchè era terrorizzato. Riporta di altro fermato, che riconosce, che ha provato a chiedere perchè erano li, quando li avrebbero rilasciati, ma non ha mai avuto risposta. Ha riportato di scherni quando qualcuno ha chiesto acqua. Ha raccontato come uno abbia chiesto di poter cambiare posizione nella cella, la guardia ha detto che tutti potevano cambiare posizione(la scelta era sempre tra faccia al muro e braccia e gambe aperte o in ginocchio mani dietro nuca) eccetto quello che lo aveva chiesto. Nulla di quello che aveva con se nella borsa, requisita all’arresto, gli è mai stato reso. Quando stavano per trasferirlo una guardia , sempre braghe D2, gli ha buttato accanto a terra la carta di identità e poi lo ha preso per l’orecchio per fargliela raccogliere. Trasferta ad Alessandria in cellulare ammanettaato in coppia con un altro che identifica. Insomma l’atmosfera era di alta intimidazione con minaccie e molestie e imposizioni che in qualche convenzione internazionale sono definite tortura. Accompagnata da violenza fisica ripetuta anche se non molto pronunciata (insomma pochi segni e niente fratture). Con gli altri 2 testimoni ho invece parlato direttamente ma non ho potuto restare ad ascoltare (erano già le 12 passate ) Micheli, di Trieste, archeologo, trentenne. Ha avuto la fortuna di essere preso verso le 14 di venerdi. Però risulta “ricevuto” dopo le 15. Era con altri amici, anche loro presi, vicino a Carignano, non conoscendo la città cercavano di raggiungere la piazza di Attac e se la erano fatta indicare, ma non erano ancora li. Erano passati per la piazza del raduno dei Cobas ma avevano visto arrivare un gruppo di persone molto intenzionate a fare casino, dunque si erano detti ..andiamo da Attac, non ci sarà tensione li. I suoi compagni di viaggio si erano fermati per una sigaretta e lui era qualche metro più avanti quando una camionetta li ha affrontati. Li hanno picchiati in strada prima di caricarli. A Bolzaneto però non lamenta di essere stato picchiato. Paradossalmente gli hanno detto che lo avevano preso perchè sospetto di avere documenti falsi, ma loro non gli hanno mai chiesto I documenti, che ha poi dato lui per sua scelta. Comunque è stato rilasciato circa 2-3 ore dopo l’arrivo ne hanno rilasciato un certo numero, uno ogni 15-20 minuti. Quando lui è arrivato c’era già un po di gente, e ragazze. Due ragazze prese con lui sono state portate in una stanza dove ci erano già alcune alter, separate dai maschi. Il terzo teste era Ruggieri, Genovese. Preso mentre, alle spalle della polizia che copriva il corteo che si stava formando, era in p.Rossetti nella tarda mattinata di sabato, fuori dal corteo. Anche lui cosi, senza apparente ragione. Non c’è stato il tempo di raccogliere più che qualche commento da lui. Nell’aula gli unici osservatori eravamo uno della digos (come mi ha detto un avvocato) ed io, una ventina di avvocati e la giuria. Almeno uno dei testimoni non sapeva della esistenza del comitato, forse si potrebbero informare personalmente, ma tutti erano preoccupati che si vada in prescrizione e sperano invece che si porti a termine il processo. Mi pare che questa udienza sia stata abbastanza simile a quelle di cui ho letto: situazioni di aggressione e mortificazione non giustificate contro persone che non solo non erano state prese in nessuna fragranza di reato, ma anche che non avevano opposto alcuna resistenza nemmeno verbale (sarà stata la sorpresa) e che sono continuate nel tempo, almeno per il primo fermato, con deprivazioone di sonno, di acqua e cibo e posizioni dolorose forzate….vedi convenzioni internazionali. Mi sembra di aver percepito che da venerdi a sabato il clima si sia appesantito molto e la violenza dei comportamenti con esso. Mi sembra anche che siano stati presi gli accorgimenti possibili perchè non si potessero riconoscere le guardie. Una cosa che mi ha colpito è che il primo testimone , richiesto più volte, dice che non ha mai riconosciuto inflessioni dialettali nelle guardie, credo che significhi che ci facevano attenzione loro a nel parlare, o forse il teste non ha un orecchio allenato alle inflessioni dialettali.


OSSERVATORIO INTERNAZIONALE
Giovedì 23 marzo 2006 alle ore 20 presso la Casa per la Pace e la Nonviolenza, piazza Palermo 10 B cancello Genova. Incontro con il professor WOLF DIETER MARR, Osservatore Internazionale sui Processi del G8 a Genova (Diaz e Bolzaneto). Durante l'incontro si potra' consumare un buffet freddo in compagnia. Wolf Dieter Marr è stato professore di scienze politiche all'universitá di Berlino Ovest (freie universität), specializzato sul tema dei diritti umani, é membro di un'associazione che si chiama Komitee für Grundrechte und Demokratie (comitato per i diritti fondamentali e la democrazia). Questi processi hanno una grande importanza politica e culturale per cui lavoriamo perché attorno ad essi ci sia una forte attenzione da parte dell'opinione pubblica e della società civile, in tutta Europa. L'unica "vittoria" possibile, in simili processi, al di là delle sentenze, sarà la presa di coscienza che nel 2001 ci fu un'improvvisa e drammatica sospensione dello stato di diritto; la diffusione di massa della consapevolezza che a Genova c'è stato il più clamoroso esempio delle pratiche di violenza e torture in un paese europeo, per negare ogni opposizione alle scelte sempre più devastanti per la democrazia e i diritti fondamentali di tutti gli esseri umani. Solo a partire da questa consapevolezza sarà possibile individuare gli anticorpi necessari affinché mai più si ripeta qualcosa di simile. L' Osservatorio avrà il compito di vigilare sui processi per coglierne i risvolti politici ed istituzionali e svolgere così un ruolo di "verifica" sulla tenuta dei principi costituzionali. A Genova nel 2001 si è gravemente incrinato quel rapporto di fiducia fra cittadini e istituzioni (a cominciare dalle forze dell'ordine) che è uno dei cardini di ogni democrazia. I processi, e la riflessione che da essi potrà scaturire, offriranno un'occasione irripetibile per colmare quel solco fra istituzioni e società civile che si è aperto nel 2001 e che in questi anni non ha fatto che allargarsi.
postato da: carloge alle ore 11:19 | link | commenti
categorie: processi genova g8, pace e diritti

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